Canapa Industriale, Cassazione e Consulta bocciano il decreto del Governo, “Impossibile sequestrare ciò che non è offensivo”
Ultimo capitolo sulla contrapposizione fra il comparto produttivo della Canapa Industriale e il Governo Italiano capace di emanare dispositivi e regolamenti che nulla hanno a che vedere con la realtà di questo settore e col Diritto stesso. L’Esecutivo Meloni aveva introdotto un decreto che mise in grave difficoltà chi lavora nel settore, ma con ultima sentenza del 12 giugno 2026 della Corte Suprema di Cassazione-IV sezione penale, depositata l’8 luglio 2026, i giudici hanno inferto un bel fendente giudiziario alle voglie proibizioniste del Governo che in questo suo fervore era andato molto oltre il lecito. In breve, la Cassazione ha sottolineato come sia “Impossibile sequestrare ciò che non è offensivo”. Con tutto quel che ne consegue fra azioni giudiziarie e materiale sottratto alle aziende coinvolte.
In breve, viene annullata l’ordinanza che rimarcava il divieto alla restituzione di infiorescenze di canapa industriale già analizzate e risultate senza effetti droganti.
A metterlo in risalto è stato Antonio Macchia, presidente di ALPAA-Associazione Lavoratori Produttori Agroalimentari Ambientali Puglia, che nel suo intervento sulla Canapa Industriale ha pure sottolineato come il Governo Meloni abbia trascinato “un’eccellenza agricola in una crociata ideologica fondata sulla paura, con il solo risultato di mettere in ginocchio lo sviluppo buono e l’innovazione dei nostri territori”.
I giudici della Cassazione hanno richiamato l'attenzione del legislatore su un punto cardine dello Stato di diritto: il principio di offensività, articoli 25 e 27 della Costituzione e reati ex artt. 609-quater e 609-undecies c.p. In assenza di una comprovata efficacia psicotropa del prodotto, non sussiste alcuna fattispecie di reato e, di conseguenza, ogni provvedimento di sequestro o mancata restituzione risulta privo di fondamento giuridico.
La Corte Suprema di Cassazione è intervenuta esattamente dove il Governo Meloni si è ostinato a non ascoltare, sordo ai gridi d’allarme di un intero settore ma anche ai precedenti pronunciamenti e alle sentenze che avevano indicato chiaramente la via del diritto – ha comunicato Antonio Macchia, presidente di ALPAA Puglia – Sentiamo il dovere di intervenire pubblicamente per dare la massima risonanza e la trasparenza che merita a questa storica decisione, squarciando il velo di silenzio che lo stesso governo vorrebbe cavalcare sulla vicenda. Con questo provvedimento, la Suprema Corte ha annullato l’ordinanza che vietava la restituzione di infiorescenze di canapa industriale già analizzate e dichiarate prive di efficacia drogante. I Giudici hanno così dovuto ricordare al legislatore un principio elementare dello Stato di diritto: non si può sequestrare ciò che non è offensivo.
È il fallimento logico e giuridico di un Decreto Sicurezza che ha preferito ignorare la realtà dei fatti e i pregressi orientamenti della magistratura, trascinando un’eccellenza agricola in una crociata ideologica fondata sulla paura, con il solo risultato di mettere in ginocchio lo sviluppo buono e l’innovazione dei nostri territori.
Da anni Alpaa Puglia denuncia, tra l’altro, come sia stata scelta la strada della propaganda più becera, equiparando una filiera a un problema di ordine pubblico e criminalizzando il lavoro delle aziende, piccoli produttori e – in molti casi – giovani agricoltori. Questa cecità politico/istituzionale si sta ora scontrando con il muro della Costituzione e del Diritto Europeo: i tribunali di Brindisi e Trani hanno sollevato la questione davanti alla Corte Costituzionale, ravvisando evidenti profili di illegittimità della norma; Il Consiglio di Stato ha investito della questione la Corte di Giustizia dell’UE, evidenziando il rischio di violazione della libera circolazione delle merci; la Commissione Europea ha parallelamente avviato una valutazione formale sulla compatibilità del Decreto con il diritto dell’Unione.
Cassazione, giudici di merito e istituzioni europee convergono su un punto essenziale: la legalità si tutela applicando il diritto, non piegando un’intera filiera produttiva, sacrificando il lavoro dei giovani, per una cinica speculazione politica. Ora la parola passa alla Corte Costituzionale. Nessun decreto può cancellare il valore di una filiera pulita: Alpaa resterà in prima linea per tutelare una filiera che genera occupazione, innovazione e sostenibilità ambientale, restituendo al settore la certezza che merita.
Sulla filiera della Canapa Industriale, ma applicabile a qualsiasi altro settore con le stesse criticità legislative indotte, l’Alta Corte mette in risalto come il Parlamento e, ancora di più, il Governo che propone decreti e leggi, non possono confondere le acque mescolando un mondo produttivo italiano che lavora nel rispetto di quelle leggi (Legge istitutiva 242/2016) che ne regolano l’attività, con problemi di ordine pubblico del tutto estranee al settore.
L’origine di tutti i mali è incuneata nell’articolo 18 del Decreto Sicurezza 48/2025, poi convertito senza modifiche nella Legge 9 giugno 2025, n. 80. Il dispositivo di legge ha dato vita a un divieto ferreo, ma non solo, allargato alla commercializzazione delle infiorescenze e dei derivati della Canapa Industriale – Cannabis sativa L. senza prendere tenere conto della quantità di THC (Delta-9-tetraidrocannabinolo, principale principio psicoattivo) contenuta nel materiale stesso.
Una pura assurdità messa oggi in piena luce dai giudici.







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